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Un gruppo di amici immortalati con un pupazzo di neve in una delle rare nevicate sulla spiaggia di Condofuri. E' il gennaio 1979. Si è trattata probabilmente di una delle più intense nevicate degli ultimi 30 anni. Si ringrazia Manti Leonardo per la foto concessa

 

Amarcord 2007 - 10.40

Ricordi della fanciullezza: l’emozionante nevicata del Gennaio 1979

di Francesco Nucera

Dolcemente scende la neve sulla spiaggia ormai deserta. Alle prime luci dell’alba, dal muretto sul ciglio di una strada che si inerpica su di un altura, io e mio padre guardiamo la vallata che si sveglia magicamente immersa in un candore di altri luoghi. Il cielo da uno strano colorito rosa, il lento cadere di svolazzanti fiocchi che rendono ancor più silenziosa l’atmosfera di una gelida giornata invernale, provocano delle forti emozioni che raramente noi abitanti della marina riusciamo a cogliere così intensamente. Faccio fatica a scorge il campanile della chiesa del paese non lontano da qui, avvolto in una densa nebbiolina con il colore del cielo a far da contrasto alle agitate bluastre acque del mare, misterioso, malinconico. Così come a fatica odo i suoni della vita che stenta ed incredula a riprendere la sua attività. E con il soffio della tramontana che spazza l’erba e taglia il viso rimasto immobile e schiaffeggiato dalla sua gelida carezza, scruto guardingo, infreddolito e attonito i tetti delle case, gli alberi desolati e dalle poche foglie, i comignoli fumanti, la lontananza del vivere quotidiano. Ma riesco a sentire le voci del silenzio di un fugace episodio che voglio vivere attimo dopo attimo, assimilandolo completamente e farmelo gelosamente mio, l’immagine di una emozione che la snervante fretta giornaliera e la corsa inesorabile dei tempi tenteranno di rendere più sbiadita. Un passero si ferma sul muretto, come ad unirsi alla nostra compagnia. Saltellando nella leggiadria della neve, lascia le sue impronte piccole e fragili. Così, fanciullo come sono, vengo sovrastato dalla bellezza e dalle meraviglie della natura cercando di apprezzare tutte le sue sfaccettature e i suoi colori in modo da godere liberamente la vita in tutta la sua pienezza. Nel tragitto a piedi tra pozzanghere e fogliame raccolto, con le mani in tasca “vivo” a pieno la mia valle, in questo momento così diversa e lontana da come abituato a vederla, quel paesaggio brullo e dalle campagne arse dal sole, dalle colline arrotondante, con le case abbandonate sparse tra valli e crinali, luogo dalla straordinaria bellezza storica e paesaggistica che si avvia mestamente verso un inesorabile “ingiallimento” reso ancor più celere dalla società di oggi. Ma con tutte le sue problematiche, eppure è un luogo affascinante, pieno di memorie e tradizioni, regno del bergamotto e del canto delle cicale, del profumo della ginestra e del fragore delle torbide acque delle fiumare che scendono a valle, quasi a scandire il tempo che passa. Tutta appare irreale, strana, innevata come è, la mia terra. Col trascorrere dei momenti si ode in lontananza la meraviglia di grandi e piccini, contagiati da una irrefrenabile gioia e sferzante vitalità che la neve riesce a tirar fuori. Un tuono all’improvviso copre gli schiamazzi. Nevica più forte e tutto ancor di più si imbianca. La vigna di compare Pietro è completamente ammantata. Fiocca sui viali con le luci ancora accese dei lampioni, fiocca sulle barche, sui nostri sorrisi, sui rinsecchiti alberi, nello stupore generale. Come è strano per me vedere i miei fichi d’india innevati! Non posso fare a meno di appallottolare quella poca neve, incurante del fastidio del freddo sulle mani nude, rosacee, screpolate, un dolore quasi piacevole. Ma se poca io dico, mi accontento e faccio tesoro di quello che poi poco non è, vivendo quello che la natura magnificamente mi offre anche nelle piccole cose e di cui inconsapevolmente ed erroneamente è considerato superfluo, oramai scontato, non apprezzato. Dall’uscio di casa dagli appannati vetri, incurante del tempo inclemente esce la massaia con il suo lungo grembiule dalle larghe tasche, lo scialle di lana pesante sulle spalle, il secchio quasi colmo di canigghia[1] per le sue galline. E nel fantasticar su quei petrali ricoperti di praline di zucchero colorato e su quella corda di saddizzu carica di peperoncino, rallento il mio passo tanto da esser raggiunto dagli odori di pietanze succulente e dalle antiche tradizioni che dalla cucina ancora imbandita per la festa appena trascorsa inebriano l’aria. Senza fermarsi, la donna mi guarda e mi sorride indaffarata com’è nel suo lavoro. Alle sue spalle il lento salire del fumo biancastro del caminetto si innalza al cielo accompagnando gli sbuffi di vapore che fuoriescono dal mio naso, quasi gelato e che a fatica, per il freddo inusuale, respira. Mio padre è intento ad osservare il verde bellissimo del prato, coperto morbidamente qua e la dalla neve, come batuffoli di cotone. Poco lontano, la scure di un vecchio dai grossi baffi e dai capelli grigi, impastati per il tempo umidiccio, schiocca sulla legna. Alla nostra presenza si volta, ci saluta e ci invita ad entrare nella sua dimora a gustare un buon caffè. Nei suoi modi, tutta la disponibilità, la calorosa accoglienza che contraddistingue questa gente e che, a dispetto dei tempi che cambiano, rimangono come mito, per sempre. Non volendo recare disturbo, ringraziamo congedandoci con l’ossequiale “natra vota”, dunque proseguiamo  la nostra passeggiata. Mentre discendiamo verso la marina, un tizio ferma la sua macchina. Dice che la neve lassù in montagna è alta, quella che isola Roccaforte e Bova, quella che rimane per molti giorni. E’ la nevicata che bacia Pentadattilo, il borgo che dalla statale 106, tra il luccichio delle poche “fiaccole”, appare come una sorta di presepe, maestoso in altura, prigioniero della sua solitudine, profondamente suggestivo. E’ la neve che si posa sul castello dell’Amendolea posto in cima ad un cucuzzolo immerso in un atmosfera medievale. E’ quella rara nevicata che piacevolmente si adagia sul promontorio della Madonna del Mare[2], sentinella protettrice della nostra vita. Sembra così lontano il tempo in cui dalle affollate spiagge, “sdivacati” [3] sotto gli ombrelloni e a pancia all’aria, ci proteggiamo spensierati dal cocente sole a gustare l'odor della salsedine, ad assaporare le limpide acque del mare, quel piacevole dondolio delle barche. Le reti ora sono lì deposte così come i remi sverniciati. Il marinaio col maglione a collo alto e di un rosso vivo a strisce gialle, la sua immancabile sigaretta tenuta tra le sue grosse mani logore dal lavoro, il suo cappello di lana blu in testa, è seduto con le gambe a cavalcioni su di una scaletta a contemplare la nuova realtà, ben conscio che presto avrà fine. E’ questa la nevicata che trasforma il paesaggio grecanico, che assume un aspetto inconsueto, surreale, di rara bellezza facendomi ancor di più avvicinare alla natura ora in letargo sotto il “velo” dell’inverno. Senza indugiare molto, mi volgo alle montagne offuscate, candide, colme di bianco. Ma sorridendo distolgo lo sguardo infastidito piacevolmente dai grossi fiocchi che danzano avanti ai miei occhi, con tutta la leggerezza che appartiene loro, si posano. Nel far ritorno a casa, timidi raggi di sole tiepidamente filtrano la distesa di nubi, illuminano il sottobosco, riscaldano l’aria. Nel contrasto tra la neve illuminata dal sole e le nubi scure in cielo, svolazzano gli uccelli, lentamente si dirada la nebbia. Gli ultimi sguardi su quel paesaggio, fotografie di una emozione che mai scorderò. Pian piano tutto ritorna alla normalità.

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[1] Macinato di grano, viene utilizzato come mangime per gli animali

[2] Località Bova Marina

[3] Buttati a terra

 

 

 

 

 

 

 

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