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Dolcemente scende la neve sulla spiaggia ormai
deserta. Alle prime luci dell’alba, dal muretto
sul ciglio di una strada che si inerpica su di
un altura, io e mio padre guardiamo la vallata
che si sveglia magicamente immersa in un candore
di altri luoghi. Il cielo da uno strano colorito
rosa, il lento cadere di svolazzanti fiocchi che
rendono ancor più silenziosa l’atmosfera di una
gelida giornata invernale, provocano delle forti
emozioni che raramente noi abitanti della marina
riusciamo a cogliere così intensamente. Faccio
fatica a scorge il campanile della chiesa del
paese non lontano da qui, avvolto in una densa
nebbiolina con il colore del cielo a far da
contrasto alle agitate bluastre acque del mare,
misterioso, malinconico. Così come a fatica odo
i suoni della vita che stenta ed incredula a
riprendere la sua attività. E con il soffio
della tramontana che spazza l’erba e taglia il
viso rimasto immobile e schiaffeggiato dalla sua
gelida carezza, scruto guardingo, infreddolito e
attonito i tetti delle case, gli alberi desolati
e dalle poche foglie, i comignoli fumanti, la
lontananza del vivere quotidiano. Ma riesco a
sentire le voci del silenzio di un fugace
episodio che voglio vivere attimo dopo attimo,
assimilandolo completamente e farmelo
gelosamente mio, l’immagine di una emozione che
la snervante fretta giornaliera e la corsa
inesorabile dei tempi tenteranno di rendere più
sbiadita. Un passero si ferma sul muretto, come
ad unirsi alla nostra compagnia. Saltellando
nella leggiadria della neve, lascia le sue
impronte piccole e fragili. Così, fanciullo come
sono, vengo sovrastato dalla bellezza e dalle
meraviglie della natura cercando di apprezzare
tutte le sue sfaccettature e i suoi colori in
modo da godere liberamente la vita in tutta la
sua pienezza. Nel tragitto a piedi tra
pozzanghere e fogliame raccolto, con le mani in
tasca “vivo” a pieno la mia valle, in questo
momento così diversa e lontana da come abituato
a vederla, quel paesaggio brullo e dalle
campagne arse dal sole, dalle colline
arrotondante, con le case abbandonate sparse tra
valli e crinali, luogo dalla straordinaria
bellezza storica e paesaggistica che si avvia
mestamente verso un inesorabile
“ingiallimento” reso ancor più celere dalla
società di oggi. Ma con tutte le sue
problematiche, eppure
è un luogo affascinante, pieno di memorie e
tradizioni, regno del bergamotto e del canto
delle cicale, del profumo della ginestra e del
fragore delle torbide acque delle fiumare che
scendono a valle, quasi a scandire il tempo che
passa. Tutta appare irreale, strana, innevata
come è, la mia terra. Col trascorrere dei
momenti si ode in lontananza la meraviglia di
grandi e piccini, contagiati da una
irrefrenabile gioia e sferzante vitalità che la
neve riesce a tirar fuori. Un tuono
all’improvviso copre gli schiamazzi. Nevica più
forte e tutto ancor di più si imbianca. La vigna
di compare Pietro è completamente ammantata.
Fiocca sui viali con le luci ancora accese dei
lampioni, fiocca sulle barche, sui nostri
sorrisi, sui rinsecchiti alberi, nello stupore
generale.
Come è strano per me vedere i miei fichi d’india
innevati!
Non posso fare a meno di appallottolare quella
poca neve, incurante del fastidio del freddo
sulle mani nude, rosacee, screpolate, un dolore
quasi piacevole. Ma se poca io dico, mi
accontento e faccio tesoro di quello che poi
poco non è, vivendo quello che la natura
magnificamente mi offre anche nelle piccole cose
e di cui inconsapevolmente ed erroneamente è
considerato superfluo, oramai scontato, non
apprezzato. Dall’uscio di casa dagli appannati
vetri, incurante del tempo inclemente esce la
massaia con il suo lungo grembiule dalle larghe
tasche, lo scialle di lana pesante sulle spalle,
il secchio quasi colmo di canigghia
per le sue galline. E nel fantasticar su quei
petrali ricoperti di praline di zucchero
colorato e su quella corda di saddizzu
carica di peperoncino, rallento il mio passo
tanto da esser raggiunto dagli odori di pietanze
succulente e dalle antiche tradizioni che dalla
cucina ancora imbandita per la festa appena
trascorsa inebriano l’aria. Senza fermarsi, la donna mi guarda e mi sorride
indaffarata com’è nel suo lavoro. Alle sue
spalle il lento salire del fumo biancastro del
caminetto si innalza al cielo accompagnando gli
sbuffi di vapore che fuoriescono dal mio naso,
quasi gelato e che a fatica, per il freddo
inusuale, respira. Mio padre è intento ad
osservare il verde bellissimo del
prato, coperto morbidamente qua e la dalla neve,
come batuffoli di cotone.
Poco lontano, la scure di un vecchio dai
grossi baffi e dai capelli grigi, impastati per
il tempo umidiccio, schiocca sulla legna. Alla
nostra presenza si volta, ci saluta e ci invita
ad entrare nella sua dimora a gustare un buon
caffè. Nei suoi modi, tutta la disponibilità, la
calorosa accoglienza che contraddistingue questa
gente e che, a dispetto dei tempi che cambiano,
rimangono come mito, per sempre. Non volendo
recare disturbo, ringraziamo congedandoci con
l’ossequiale “natra vota”, dunque
proseguiamo la nostra passeggiata.
Mentre discendiamo verso la marina, un tizio
ferma la sua macchina. Dice che la neve lassù in
montagna è alta, quella che isola Roccaforte e
Bova, quella che rimane per molti giorni. E’ la
nevicata che bacia Pentadattilo, il borgo che
dalla statale 106, tra il luccichio delle poche
“fiaccole”, appare come una sorta di presepe,
maestoso in altura, prigioniero della sua
solitudine, profondamente suggestivo. E’ la neve
che si posa sul castello dell’Amendolea posto in
cima ad un cucuzzolo immerso in un atmosfera
medievale. E’ quella rara nevicata che
piacevolmente si adagia sul promontorio della
Madonna del Mare,
sentinella protettrice della nostra vita. Sembra
così lontano il tempo in cui dalle affollate
spiagge, “sdivacati” sotto gli
ombrelloni e a pancia all’aria, ci proteggiamo
spensierati dal cocente sole a gustare l'odor
della salsedine, ad assaporare le limpide acque
del mare, quel piacevole dondolio delle barche.
Le reti ora sono lì deposte così come i remi
sverniciati. Il marinaio col maglione a collo
alto e di un rosso vivo a strisce gialle, la sua
immancabile sigaretta tenuta tra le sue grosse
mani logore dal lavoro, il suo cappello di lana
blu in testa, è seduto con le gambe a cavalcioni
su di una scaletta a contemplare la nuova
realtà, ben conscio che presto avrà fine. E’
questa la nevicata che trasforma il paesaggio
grecanico, che assume un aspetto inconsueto,
surreale, di rara bellezza facendomi ancor di
più avvicinare alla natura ora in letargo sotto
il “velo” dell’inverno. Senza indugiare molto,
mi volgo alle montagne offuscate, candide, colme
di bianco. Ma sorridendo distolgo lo sguardo
infastidito piacevolmente dai grossi fiocchi che
danzano avanti ai miei occhi, con tutta la
leggerezza che appartiene loro, si posano. Nel
far ritorno a casa, timidi raggi di sole
tiepidamente filtrano la distesa di nubi,
illuminano il sottobosco, riscaldano l’aria. Nel
contrasto tra la neve illuminata dal sole e le
nubi scure in cielo, svolazzano gli uccelli, lentamente si
dirada la nebbia. Gli ultimi sguardi su quel
paesaggio, fotografie di una emozione che mai
scorderò. Pian piano tutto ritorna alla
normalità.
Calabriameteo -
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